Buzzy Lao, l’artigiano del neo blues

Artisti   Blues  25 Marzo 2018   Nessun commento Buzzy Lao, l’artigiano del neo blues

Buzzy Lao è un artista torinese che con la sua musica riesce a fondere i ritmi black con l’intimità della canzone d’autore italiana. Sul palco è sempre accompagnato dalle sue chitarre e in particolare dalla sua Weissenborn – chitarra slide usata nella scena alternative blues da artisti come Ben Harper e John Butler. Il suo album di esordio HULA è uscito nel 2016 e nasce tra Londra, Torino e infine Palermo dove viene prodotto.

Ci sediamo e facciamo quattro chiacchiere davanti a birra e patatine.

Nome Artista: Buzzy Lao

Componenti: Alberto Salerno (voce e chitarre), Tiziano Salerno (batteria, percussioni), Simone Rubinato (basso e synt).

Genere: neoblues e roots reggae shakerato insieme a un pizzico di folk.

Album: HULA (2016)

Etichetta: INRI

Iniziamo con ordine, quando nasce Buzzy Lao?

Il progetto Buzzy Lao nasce da un periodo di profonda crisi professionale, personale e umana in cui ho ammesso a me stesso di voler fare solo musica che fosse, in primis per me, fonte e mezzo di meditazione e medicina. Dopo una lunga esperienza con un progetto musicale in UK che non sentivo più mio, decido di tornare in Italia e di ricominciare da capo, cantando in italiano. Inizio così a suonare i miei pezzi e scelgo di partire dalla strada e in particolare dalla realtà occupata della Cavallerizza Reale che per i torinesi rappresenta un polo artistico e culturale indipendente. Era il 2015 e allora era tutto meno organizzato e più spontaneo, bastava iniziare a suonare sui divanetti nel cortile per dare vita a meravigliose jam improvvisate catalizzando intorno a me altri musicisti e curiosi. Lì con la mia chitarra lapsteel ho iniziato a farmi conoscere continuando poi ad esibirmi nei locali torinesi.

Da dove viene l’ispirazione della musica che suoni? Quali influenze sono responsabili del tuo sound?

Suono da quando avevo 5 anni, mio padre era un appassionato di musica e in particolare di blues per cui fin da piccolo vibravo con tutte queste sonorità miste a reggae e funk. Crescendo mi sono reso conto che la musica che mi rappresenta è totalmente black. Dal blues prendo tutto ciò che è pancia, rabbia e attitudine mentre dal reggae prendo la filosofia e la melodia, infine rielaboro il tutto secondo le logiche del cantautorato italiano. Questo perché in adolescenza ho scoperto il folk che mi ha aperto un modo enorme. La mia anima è fatta di tante sfaccettature e quindi quello che faccio è dare espressione a tutti questi colori mantenendo però tutto collegato dal filo rosso della black music.

 

Buzzy Lao_HULA in SOLO_Promo 2 (1)

Hanno Ucciso L’Amore (Official Video) by Buzzy Lao on VEVO.

Il percorso che mi stai dicendo si nota tanto nel tuo disco. Canzone dopo canzone si percepisce dove vuoi dare più colore blues, roots reggae o folk. Ho però sentito che stai per iniziare un tour in solo, ovvero senza band ma accompagnato solo dalle tue chitarre. Che messaggio diverso fuoriesce dalle due versioni live di Buzzy Lao?

Sono due mondi diversi anche se è chiaro che sono sempre io. Nel tour in solo porto sul palco le canzoni come sono nate, dilatandole ed esplorandole in una maniera più intima ed emotiva. Con band invece la forma diventa sostanza, non è un semplice arrangiamento o accompagnamento ma una diversa chiave di lettura dei pezzi con suggestioni più tribali e afrobeat. Con la band, la batteria è quasi allo stesso livello del testo e questo mi contraddistingue dal cantautorato puro. Sono diverse situazioni che amo allo stesso modo. Portare in giro il mio album in solo è un modo per valorizzarlo a pieno.

Io sono più da band, lo ammetto, anche perché mi piace la teatralità che si crea sul palco, fatta di sguardi e complicità. Ho infatti tanto apprezzato la vostra disposizione sul palco in cui tu sei al centro e le tue spalle sono “coperte” dal basso a sinistra e dalla batteria a destra. Sono proprio curiosa quindi di quello che succederà nella versione in solo! Cambiando discorso, che rapporto hai con il tuo pubblico?

Dipende dalle “stanze”; nella stanza fuori dal palco mi piace molto interagire con la gente, abbracciare le persone che hanno apprezzato l’esibizione abbattendo quelle barriere che invece una volta sul palco ho la necessità di creare. Durante l’esibizione non faccio l’intrattenitore anche perché il mio spettacolo non lo richiede. Ho la capacità di salire sul palco, non dire niente e iniziare a suonare; tutto questo mi piace perché riesco a concentrarmi creando la giusta atmosfera per la mia preghiera, perché in fondo quando canto i miei pezzi è come se entrassi in una dimensione spirituale molto vicina alla preghiera.

Prima parlavi di musica come medicina, di cosa parlano le tue canzoni?

I testi delle mie canzoni sono molto autobiografiche, il tema principale è quello del distacco e della presa di coscienza della vita per cui in certe canzoni mi addentro in riflessioni magari generali ma sempre filtrate dalla mia esperienza. Per ora infatti non potrei mai accettare di scrivere per altri. Ammetto di essere egoista perché in primis la mia musica serve a me stesso. Una gran bella canzone ha una scintilla primordiale che nel mio caso è una sensazione quasi “negativa” che può essere un malessere, una nostalgia o un’angoscia e che cerco di trasformare in qualcosa di positivo attraverso un processo che inizia con la pancia e che termina poi con la testa. Io sono il fan numero uno del mio disco perché, come dicevo, le canzoni le scrivo prima per me anche se l’obiettivo è che arrivino sotto pelle di chi le ascolta.

Ok, giuro che la smetto di farti sconfinare in discorsi esistenziali al limite del metafisico: descrivimi il tuo concerto ideale! Location, compagni di palco, energie potenziali..

Ahahahaha, dunque, sicuramente in un contesto naturale, bosco o spiaggia che sia! La dualità di mare e montagna è un doppio amore che ha sempre fatto parte di me!Posso sparare alto con i compagni di palco ideali!? Perché nel caso aprirei più che volentieri un concerto di Bob Marley, grazie! Energia 100% assicurata! Parlando infatti di idoli musicali di sicuro le mie Stelle Polari sono Jimi Hendrix, Bob Marley e ovviamente Ben Harper che è stato in grado di mettere insieme tante animee  sfumature black nella stessa musica.

A proposito, qualcuno ti ha mai recriminato una somiglianza troppo marcata tra la musica che fai e quella di Ben Harper?

Bè, qualcuno mi ha detto di essere tanto nella musica di Ben Harper. Più vado avanti però e più voglio contaminarmi da nuove influenze anche se è innegabile che la sua grandezza sta nella capacità di unire generi così diversi e offrirli alla gente in chiave moderna e sempre credibile. Quindi se qualcuno trovasse una similitudine tra me e lui, per me non può che essere qualcosa di cui andare fieri, anche se però credo di avere un’identità decisamente diversa. Essendo comunque attratto da questa scena musicale conosco e seguo tanti artisti che ad esempio suonano la lapsteel guitar che è il principale motivo di collegamento a Ben Harper. E’ un po’ come dire “Suoni la chitarra elettrica anni ‘70 e allora vuoi assomigliare a Jimi Hendrix”; ecco, io potrei elencare tanti altri artisti che appartengono a questa specie musicale. Prendiamo tutti le influenze black degli anni ‘50 e ‘60 e le portiamo ai giorni nostri. La mia sfida comunque nel secondo disco (già in lavorazione) è quello da discostarmi da questo collegamento diretto. Ben Harper resterà sempre e comunque il capitano del mio movimento.

E come si chiama il tuo movimento?

Neo Blues, assolutamente. Ovvero blues moderno contaminato daroots reggae e folk.

Il progetto Buzzy Lao è sotto etichetta INRI, come ci sei arrivato?

Tre anni fa, appena tornato a Torino non ero nessuno, suonavo per strada ma volevo arrivare a una collaborazione con una buona etichetta indipendente ma.. diciamocela tutta, partendo dalla strada, dove volevo arrivare? Poi una sera mi sono trovato a suonare a un concerto – quando allora il progetto era solo chitarra e batteria (un po’ più punk di adesso) – e sono stato notato dalla INRI che si è subito proposta per produrre il disco HULA. Come nei film! Il mio è un progetto anomalo perché non c’entra nulla con il circuito indie anche se è indirettamente legato allo stesso pubblico. Essere con un’etichetta così sul pezzo mi pone insieme ai cantautori indie di oggi, inserendomi in un circuito in cui puoi mettermi a suonare in una rassegna cantautoriale, in un festival rock o in una serata intima, senza sfigurare.

Quindigrazie a questa poliedricità puoi giocarti la doppia versione dei tuoi live in solo e con band!

Esatto. Tieni poi conto che cantare in italiano è come mettersi a nudo, è come andare in giro per le strade in mutande perché devi dire la verità. Anche perché quando canti davanti agli altri ti rendi conto se quello che hai scritto ha valore, se arriva e se funziona. Nel mio vecchio progetto cantavo in inglese testi poco personali. Londra per me è stata una crisi personale in cui ho resettato tutto, tutti i valori e i preconcetti dati. Questo cambiamento è stato fondamentale. Io mi considero in un percorso, in una continua “rincorsa verso un sogno”, intervallato anche da periodi difficili in cui però io vado avanti con le mie stelle polari e con i miei punti di riferimento.

In ultimo, quando sali sul palco, quanto ti senti personaggio musicale?

Diciamo che se c’è non è costruito, mi ritengo una persona vera e, come sono qui davanti a questa birra, io sono sul palco. Mi ritengo un artigiano della musica, come un falegname che si sveglia la mattina, dedica il suo tempo alla manutenzione e sistemazione degli strumenti per realizzare il progetto che ha in testa.

L.C.

 

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