Wu Ming 1: lo sguardo obliquo

Artisti   Rock  18 Marzo 2018   Nessun commento Wu Ming 1: lo sguardo obliquo

Wu Ming 1 è lo pseudonimo di Roberto Bui, membro del collettivo Wu Ming e del precedente Luther Blisset.

Il collettivo Wu Ming è un nucleo di persone provenienti da Bologna e dintorni, attivi dal 2000. Il Wu Ming fa parte di un “collettivo dei collettivi”, la Wu Ming Foundation che comprende altri progetti tra cui appunto Wu Ming 1 e la band punk rock Wu Ming Contingent.

Incontro Wu Ming 1 in Bolognina, facciamo due chiacchiere in un bar alle spalle della stazione centrale, parlando del collettivo Wu Ming e della galassia di progetti che vi ruota attorno.

Quando nascono i Wu Ming?

“Il progetto nasce nel 2000 dagli stessi quattro scrittori di Q, poi nel passaggio da Luther Blissett a Wu Ming siamo diventati cinque.  Ad oggi siamo in tre, tre su quattro del nucleo fondante che scrissero Q, che continuiamo a scrivere romanzi collettivamente e singolarmente e poi seguiamo la galassia di progetti che ci gravitano attorno e prendono forma soprattutto grazie a Giap“.

Come mai siete famosissimi in alcuni ambienti e sconosciuti in altri?

“Siamo sconosciuti dove non si legge, e in Italia in pochissimi leggono. Lo scrittore sa già dal principio che non raggiungerà chiunque ma solo chi sceglierà di leggere e come ho detto prima in Italia.. solo in pochi lo fanno”.

È per raggiungere tutti quindi, che avete scelto di estendere il vostro progetto all’ambito musicale?

“No, in realtà è perché, da sempre, vogliamo fare esperimenti con più linguaggi. Per questo, tra i vari progetti, alcuni anni fa abbiamo creato il Wu Ming Contingent, punk rock band che fa musica mantenendo sempre al centro la parola. La parola è il fulcro del progetto, perché, anche se si fa musica, rimaniamo degli scrittori”.

Riguardo al Wu Ming Contingent e all’uso della parola, i testi come nascono?

“Nel primo album, Bioscop, i testi erano scritti da noi tutti, erano adattamenti alla forma canzone di alcuni articoli scritti quando collaboravamo con il mensile GQ: ritratti, piccole biografie, come quello su Peter Norman o su Chelsea Manning. Altri testi di Bioscop invece, sono stati scritti rielaborando materiale ancora più antico, come Uno spettro, il brano su Ho Chi Mihn, che deriva da uno dei prologhi del nostro libro Asce di guerra.  Quindi in Bioscop i testi erano nostri e collettivi, mentre nei due album successivi… Parlo di due, in realtà ne è stato inciso solo uno, l’altro, La strategia del fulmine, è stato portato in scena come spettacolo ma non ancora inciso. In Schegge di Shrapnel, i testi sono frammenti di scritti non nostri: reperti, documenti, poesie rimontate e riadattate. Nel caso de La strategia del fulmine sono documenti psichiatrici, testimonianze su come è nato l’elettroshock e sul suo utilizzo, ma nulla è stato creato ex novo dal Contingent, è tutto materiale rielaborato”.

La sinergia tra Schegge di shrapnel ed il vostro libro L’invisibile ovunque è stata voluta fin dall’inizio? Sono due lavori nati per essere complementari tra loro?

“Sì, il binomio è nato come narrazione crossmediale sulla Grande guerra, mentre scrivevamo L’invisibile ovunque scrivevamo anche Schegge di shrapnel. C’è un continuo scambio di riferimenti tra i due, libro e album hanno anche la stessa immagine di copertina”.

Maquillage e Macché licenza. Una domanda mirata su questi due brani da me molto apprezzati.

“Maquillage è collegato al terzo racconto de L’invisibile ovunque e Macché licenza al secondo, c’è un grumo di temi che rimane in sospensione. Tutta la nostra poetica è un continuo rimando da un elemento all’altro, un lettore e/o ascoltatore potrebbe partire da un punto qualsiasi delle nostre narrazioni e ritrovarsi in un altro punto qualsiasi perché concepiamo tutto, ma proprio tutto l’insieme, come un grande ipertesto”.

Il rapporto con la Woodworm invece, come nasce?

“Noi in realtà li conoscevamo già, Marco Gallorini ha sempre organizzato eventi ad Arezzo e ci ha spesso invitati a presentare i nostri libri, quindi è stato molto semplice presentargli anche il nostro progetto musicale”.

Nei vostri romanzi molto spesso mettete a fuoco aspetti meno evidenti della storia

“Siamo un paese smemorato e ignorante, dove però si parla moltissimo di storia. Se ne parla senza conoscerla, è materia di strumentalizzazione politica, di utilizzo in campagna elettorale, di propaganda, moltissimi parlano di storia senza mai leggere un libro, senza darsi la pena conoscere nulla. Al posto della conoscenza storica c’è un surrogato fatto di brevi narrazioni, frammenti di trasmissioni tv o, peggio, memi: qualcuno scrive due frasette, le accoppia a un’immagine che diventa virale, e quello diventa automaticamente un sostituto della conoscenza storica. In un paese così, si sente l’esigenza di raccontare la storia nella sua complessità, di raccontare la storia dei territori, dei periodi più controversi della nostra biografia nazionale: il fascismo, la resistenza, gli anni Settanta, sono tutti momenti estremamente controversi dai quali, in genere, si prelevano solo alcuni pezzi per usarli come oggetti contundenti in polemiche contingenti e spesso di piccolo cabotaggio. Noi cerchiamo, invece, di applicare ciò che abbiamo sempre chiamato lo “sguardo obliquo”. Le polemiche che ho appena evocato sono caratterizzate da uno sguardo sempre uguale, da un’angolatura fissa, frontale, immobile. Non si cerca nessuna complessità, non si va a indagare, non è uno sguardo mobile, vigile, critico. Al contrario, è uno sguardo pigro, che occulta la verità, la pluridimensionalità, la polifonia, la complessità che ha la storia… Ecco, noi facciamo esattamente il contrario, lo sguardo obliquo è una tecnica mirata a disinnescare i meccanismi tossici innescati dalla visione frontale”.

Fate tutto ciò ponendovi un obiettivo preciso?

“Certo, quello di arricchire la vita, quello che si pone sempre un artista. Noi dentro la Wu Ming Foundation ci occupiamo di narrazione, di concetti, di conoscenza, sempre partendo dalla percezione, cioè da quello di cui si occupa un’artista, ma dato che non siamo solo artisti ma facciamo anche informazione, inchieste ed altro, l’ambizione è quella di far conoscere qualcosa, non solo far percepire ma fornire le informazioni e gli strumenti per approfondire e se mentre facciamo questo riusciamo anche a coniare dei concetti, come fanno i filosofi, ne siamo contenti. Ci sono alcune espressioni che abbiamo utilizzato nel corso degli anni, che oggi sono comunemente usate, spesso senza sapere che le abbiamo coniate noi, come «narrazione tossica», che troviamo molto più utile del semplicistico «fake news». Grazie alla metafora della tossicità, delle tossine,  l’espressione rende l’idea di una narrazione raccontata sempre allo stesso modo, dalla stessa visuale, senza mai forzare quella visuale. Una storia raccontata male, rimuovendone sempre gli stessi elementi, a furia di sentirla raccontare ti intossica, non riesci più ad immaginare l’oggetto di quella narrazione in maniera diversa. La narrazione tossica della «immigrazione fuori controllo», dell’«invasione» – smentita da tutti i dati disponibili – non permette di immaginare in modo diverso gli esseri umani accomunati e appiattiti dalla parola «immigrati». Ripetuta sempre allo stesso modo, ossessivamente, ogni volta escludendo gli elementi che la smentirebbero,  viene assunta come realtà e ti intossica, il tuo corpo non riesce più a farne a meno”.

“L’antidoto non è solo smentire la narrazione, perché l’approccio razionale non basta, queste narrazioni tossiche passano sotto il livello della razionalità perché corteggiano le viscere, titillano lo sfintere anale, sono emotive in modo fradicio e giocano sulle paure, sulle ansie, non c’è disposizione alla razionalità in chi le assume, per questo non basta appellarsi ai dati, alla sensatezza degli argomenti. Certo, bisogna fare anche questo, ma soprattutto va reindirizzata la narrazione, bisogna raccontare quelle storie da altri punti di vista, esercitare lo sguardo obliquo, lo sguardo che permetta di disertare la visione frontale e quindi la narrazione tossica”.

Come avete convinto Einaudi ad accettare il download gratuito di tutti vostri libri?

“Fu Einaudi Stile Libero a cercarci perché erano interessati al progetto Luther Blissett. Noi gli abbiamo detto che se volevano pubblicare cose firmate Luther Blissett, dovevano sapere che ogni testo di LB doveva essere liberamente riproducibile, perché com’era sociale la genesi del progetto, doveva essere sociale il risultato. All’inizio sono rimasti un po’ spiazzati, ma ben presto ci han dato ragione e di li mai avuto problemi. Hanno capito che era la cosa migliore. Abbiamo dimostrato che i libri si vendono lo stesso: proprio ieri ci hanno comunicato l’ennesima ristampa di Q, che da 19 anni è liberamente scaricabile eppure ogni anno continuano a ristamparlo e venderlo nonostante tutto”.

Un’ultima domanda sui prossimi progetti narrativi in cantiere.

“Ce ne sono svariati, al momento pilotiamo almeno quattro libri “orbitanti”, di cui uno collettivo, che è un romanzo che si svolgerà a Leningrado nel 1927 ma non è il solito romanzo storico perché con L’armata dei sonnambuli abbiamo chiuso il ciclo dei romanzi storici, usiamo ancora la storia ma dedicandoci ad altre sperimentazioni. Questo libro lo consegneremo a giugno e uscirà a novembre, sempre per Einaudi Stilelibero. È in cantiere anche il terzo libro del Ciclo dei sentieri di Wu Ming 2: prima è andato a piedi da Bologna a Firenze e ne Il sentiero degli dei ha raccontato la devastazione dell’alta velocità ferroviaria e della Variante di Valico, poi è andato a piedi da Bologna a Milano e ne Il sentiero luminoso ha raccontato la cemintificazione della pianura padana. La terza tranches della camminata sarà da Milano a Torino, e l’ultima da Torino al confine con la Francia, camminando lungo tutta la val di susa, collegandosi dunque al mio libro Un viaggio che non promettiamo breve. Come dicevo prima, i nostri libri si intrecciano continuamente.

Io ho due progetti solisti. Il primo, quello che sto scrivendo ora, è un romanzo che si svolge tra il 1938 e il 1943 e anche in quel caso non è un romanzo storico propriamente detto. Le cose che abbiamo imparato scrivendo per vent’anni romanzi storici, oggi le applichiamo a narrazioni differenti, ad esempio nei nostri «oggetti narrativi non identificati», cioè libri di racconto e d’inchiesta, che connettono geografia e storia, indagano i territori tramite interviste e sopralluoghi, facendo lavoro d’archivio e mettendo tutto insieme in una narrazione di non-fiction. Sono storie vere, ci possono essere anche momenti di fiction, ma sono dichiarati. L’altra direzione è quella di romanzi di ambientazione storica, che raccontano snodi storici importanti, ma lo fanno in una chiave che non è più quella del romanzo storico. Possono avere elementi di soprannaturale o di fantascienza, già nei nostri romanzi storici c’erano elementi del genere, ma erano sullo sfondo, mentre ora prendono il sopravvento. Abbiamo spostato un po’ i livelli.

Invece il prossimo progetto, che mi impegnerà per anni, è un altro esperimento narrativo-geografico. Riguarderà la pianura ferrarese e il delta del Po, cioè il mio territorio d’origine. Racconterò sia la storia e le storie del territorio, sia le sue prospettive di fronte al cambiamento climatico, un processo che in quelle zone sta già avendo effetti rilevanti e potrebbe portare, nel giro di pochi decenni, alla sommersione  di cinquemila chilometri quadri, dalla costa a trenta chilometri di entroterra. Non ne sta parlando praticamente nessuno, la visione del futuro dell’opinione pubblica, dei politici di tutti gli schieramenti e dei poteri economici ormai arriva a stento a domani mattina”.

Ringrazio Roberto per l’energia e l’arguzia delle sue idee.

A.B.

(foto: https://www.wumingfoundation.com/giap/)

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